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Grazie Yaacov

Come molti di voi avranno forse già saputo, Yaacov Naor non è più tra noi. È venuto a mancare questo 13 dicembre, mentre qui, per i più, ricorreva la festa di Santa Lucia, e per lui erano passati neanche tre giorni dall’ultimo crepuscolo di Ḥănukkāh, la festa ebraica delle lampade. Modi diversi di celebrare l’epifania delle luci nel periodo più buio dell’anno, in attesa che il solstizio d’inverno compia la torsione a noi dovuta e ci onori con certezze di giornate più lunghe e promesse di tempi più illuminati.

È impossibile conciliare la fossa e il suo ricordo: la sua scomparsa è un ossimoro.  È una tensione tra la sua voce, che aveva la potenza reboante del tuono, e la sua morte, soluzione definitiva di un inverno esasperato, che soffiando avrebbe voluto tacergli la parola e spazzare via ogni sua traccia. È l’inquietudine di un popolo che ha tenuto sempre acceso il lume della memoria contro ogni velleità di annientamento. È l’ansia costante per la reinvenzione dell’uomo di contro al fallimento dell’umanità. Per la libertà a cui – diceva – siamo condannati, e in opposizione alla ripetizione, alla conserva, al già detto. E, ancora, per difendere ad oltranza ogni possibilità di dire.

Sia la memoria di Yaacov una benedizione per tutti noi.